L’ultimo operaio
Il canto finale della grande fabbrica
È una storia di silenzi, di amori e fantasmi, di sogni e fragilità. È un canto che segue il passo lento e inesorabile delle vite in bilico, mentre le parole cercano di perimetrare le macerie, tracciando una geometria sbilenca che, da promessa di un futuro nobile e prospero, si è sciolta in una lenta fine.
È un percorso a tappe per sostare e riflettere, per abitare le crepe, per guardare ciò che ora appare invisibile… e invisibile non vuol dire inesistente. È un saggio-reportage, la cronaca di una classe sociale che ha vinto battaglie storiche, ma è anche un mosaico di vite in dissolvenza, scandito in atti come una tragedia greca. L’ultimo operaio. Il canto finale della grande fabbrica (Einaudi, 2026) è la cronistoria che sancisce la fine di un legame: una sorta di catena di smontaggio che, giorno dopo giorno, recide soddisfazioni e ideologie.
L’ultimo operaio sta per andare in pensione, più povero dei suoi genitori, mentre la fabbrica chiude e crescono piante tropicali dentro i reparti ormai silenziosi. È il simbolo di questo tempo in cui il lavoro non ha più valore. Vive nel presente continuo di una “vita al ribasso”, in un esercizio di ricerca di alte percentuali di sconto, mentre fa la spesa al discount per sopravvivere alla cassa integrazione. Eppure rivendica ancora il saper “fare la barba alle mosche”, ovvero la precisione millimetrica dell’operaio specializzato.
Non c’è più il passato, non c’è più il futuro. Nemmeno il truciolo, lo scarto della lavorazione, esiste più. Non c’è ascesa sociale, né l’idea che i figli staranno meglio dei padri. Invece di produrre nuovi modelli, l’ultimo operaio si ritrova a gestire il riciclo di auto usate o a vedere la produzione trasferita altrove, mentre viene definito un “esubero” da allontanare. Fatica a immaginare un “noi” che duri vent’anni, quando non sa dove sarà tra sei mesi. Anche l’amore diventa precario, come il suo contratto di lavoro.
Quanti se ne sono andati…
Quanti. Che cosa resta. Nemmeno il soffio.
Nemmeno il graffio di rancore o il morso della presenza.
(Giorgio Caproni)
È tutto in un acronimo che sembra ormai appartenere alla preistoria dello sguardo e che abita un tempo non più scandito dai turni. FIAT: la Grande Madre, dispensatrice di promesse avide di futuro, è ora un gigante morente, una “città in dissolvenza”. L’unico atto di resistenza rimasto è il racconto fiero della propria storia. Dove una volta batteva il cuore dell’Italia industriale, ora c’è un deserto di cemento. Nel 1971 Torino aveva il record di abitanti e di operai. La Fabbrica Italiana Automobili Torino era simbolo del benessere e dello scontro sociale. Qui arrivavano lavoratori da tutta Italia e c’erano il giornale, i tornei, le colonie estive.Niccolò Zancan crea con le parole una sorta di rhythm and blues. Esplora l’esistenza indagando le vite, in cerca dell’anima che resiste e che fa scrivere con orgoglio sulla carta d’identità: “Professione: operaio”. “Ricordare”, in un mondo che cancella e annulla dignità e identità, è un atto necessario. Zancan attraversa le “porte” della fabbrica come stazioni di una Via Crucis, come un canto doloroso. Racconta come la mensa sia stata spostata a fine turno per “risparmiare”, cancellando l’ultimo spazio di socialità e di scambio tra i lavoratori. Descrive l’umiliazione del “reparto fragili”, dove operai, usurati dalla fatica e dagli anni, sono stati messi a produrre mascherine durante il Covid, per poi essere dichiarati esuberi, non appena terminata l’emergenza.
Ci regala un’opera potente che, tra un fischio di protesta e il silenzio di una catena ferma, riesce a dare valore a chi ha costruito l’Italia e ora osserva il proprio mondo svanire dietro “la curva del secolo”. Ogni breve capitolo è un “fermo immagine” su un personaggio (Salvo, Pasquale, Anna) o su un dettaglio simbolico (la macchinetta del caffè senza latte, le scarpe antinfortunistiche). Il giornalista, inviato speciale de La Stampa e torinese di nascita, torna nella sua città dopo un periodo di lontananza, utile a mettere a fuoco le cose. Incontra i protagonisti, li ascolta e delinea una cartografia della sopravvivenza, attraverso ritratti autentici. Osserva i personaggi con la distanza del testimone e la vicinanza del confidente.
Attraverso uno stile chiaro, netto ed efficace, unisce l’urgenza della cronaca al ritmo della poesia. Le sue frasi sono secche, evocative: il silenzio che accompagna la fine del turno, gli spogliatoi sporchi di grasso, i palazzi popolari che si spopolano. Il risultato è un’opera di memoria individuale e collettiva, che si rivolge ai vinti, agli invisibili, a chi viene cancellato dalla narrazione del progresso. Salvo, Nina, Anna, Enzo, Beppe, Gigi: sono loro gli ultimi a indossare la tuta blu, a ricordare l’Avvocato Agnelli, a tifare Juventus per riconoscenza. La loro fragilità non è solo economica — stipendi di 1.590 euro dopo 38 anni di lavoro, cassa integrazione, fabbriche semivuote — ma esistenziale.
L’ultimo operaio è l’anima che resiste. È sentimento, conoscenza ed emozione, non semplice teoria. È il battito sincopato della catena di montaggio, che rallenta fino a fermarsi, lasciando spazio a un silenzio che sa di ruggine e pioggia. È un album di fotografie in bianco e nero, riflesso di istantanee che rendono eterno il presente.
«A Mirafiori ho imparato il silenzio», ha detto Anna. «Il silenzio è quando la catena si ferma di colpo per un guasto. E tu stai lì da ore, nel frastuono fisso, e non ti accorgi più di niente perché quella è tutta la tua vita, è il suono della fabbrica. Infatti tutti urliamo per parlarci l’uno all’altro in mezzo al rumore, ed è così che si fa. Ma quando la catena si ferma, quando va in blocco, allora te ne accorgi: quello è il silenzio. Il silenzio totale. Era così il suono della nostra vita, quando lavoravamo tanto».

Niccolò Zancan (Torino 1971) è un giornalista della «Stampa». È inviato speciale, dopo essere stato nella redazione di «la Repubblica». Nel 2014 ha vinto il Premiolino con un’inchiesta sul caso Stamina; nel 2016 ha vinto il premio Mediterraneo con il romanzo Ti mando un bacio (Sperling & Kupfer 2015). Ha pubblicato inoltre Dove finisce l’Italia. Viaggio sulla linea sottile dei nostri confini (Feltrinelli 2020). Per Einaudi ha pubblicato Antologia degli sconfitti. Cronaca quasi poetica del presente (2024) e L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica (2026).
Dettagli
- Autore:Niccolò Zancan
- Editore:Einaudi
- Collana:Einaudi. Passaggi
- Anno edizione:2026
In commercio dal: 30 gennaio 2026
Pagine:156 p.
Brossura
EAN: 9788806269395

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